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NERVA IMPERATORE

I
Il 18 Settembre del 96 Marco Cocceio Nerva fu acclamato Imperatore in Senato.
Nato a Narnia nel 30 apparteneva ad una illustre famiglia, la madre era figlia di un consolare e il padre fu un famoso giureconsulto.

Nerva pur senza aver seguito la carriera militare ebbe dai Flavi grandi onori, fu infatti console sotto Vespasiano e ancora console nel 90 con lo stesso Domiziano, per queste ragioni la plebe Romana lo chiamava scherzosamente Flavio Quarto, dopo il primo Flavio Vespasiano, il secondo Tito ed il terzo Domiziano.
Peraltro Nerva restituì al Senato quelle prerogative che Domiziano gli aveva tolto, la più importante delle quali era la nomina dei governatori delle province, dei proconsoli, dei pretori e dei questori.
Tuttavia poiché in Senato gli aristocratici erano diventati minoranza questo provvedimento andava incontro solo in parte ai loro desideri.
Traiano intanto ordinò a Lucio Licinio Sura di restare a Roma con la scorta che riteneva necessaria e rimandare a Carnuntum il resto dei cavalieri.
Sura per la sua carica di legato propretore era senatore e per la sua amicizia con Traiano diventò il punto di riferimento dei senatori che venivano dalle province della Hispania, della Gallia, del Norico, della Retia, della Pannonia e della Mesia.

Non riuscì tuttavia a impedire la damnatio memoriae di Domiziano.
Riuscì invece a tutelare la vita e i beni sia dei familiari sia di quanti erano stati legati a Domiziano, per tale motivo Nerva fu accusato dagli aristocratici di debolezza e Calpurnio Crasso ordì una congiura con l’intento di assassinarlo e prenderne il posto.
La congiura fu scoperta Calpurnio fu arrestato e Nerva diede ancora prova di mitezza limitandosi ad esiliarlo a Taranto e a confiscarne i beni. 
Questo fatto dimostrò tuttavia tutta la debolezza di Nerva, mentre gli aristocratici ricorrevano ampiamente alla corruzione per indurre i senatori ad appoggiare i loro interessi che consistevano nel ottenere il governo delle province Asiatiche, dell’Egitto, della Cirenaica e dell’Africa.  
Il probo Nerva non sapeva come difendere lo stato dalla dilagante corruzione, né aveva un esercito alle sue dipendenze e doveva temere per la sua stessa vita.
Allora si consultò per il tramite di Sura conTraiano, mentre gli amici di Sura facevano circolare la voce che se fosse stato torto un capello a Nerva lo stesso Traiano sarebbe venuto a Roma e non sarebbe arrivato da solo.

Fu allora che Nerva stupì tutti presentando in Senato una legge secondo la quale l’Imperatore in carica doveva designare il suo successore tramite adozione, scegliendolo tra i senatori.
La legge fu approvata all’unanimità.
Apparentemente questa legge favoriva il Senato, ma in realtà stabiliva in modo giuridicamente ineccepibile che la nomina del futuro Imperatore era una prerogativa esclusiva dell’Imperatore in carica.

Traiano era senatore.

 

II
Mentre a Roma accadevano queste cose Traiano riportava le truppe negli accampamenti invernali.

Conclusa la pace con gli Suebi, rassicurato dalla elezione di Vangione, amico del Popolo Romano, a re dei Quadi e dei Marcomanni, poteva preparare con tutta calma la campagna contro gli Iazigi.
Come abbiamo altrove detto questi Iazigi sono un popolo Sarmatico, come i Bastarni, i Roxolani e gli Alani, essi hanno occupato le terre dove oggi si trovano, venendo dal lontano Oriente. Come tutti i Sarmati sono un popolo nomade, dedito alla pastorizia e soprattutto alle razzie.
Non disdegnano di combattere al soldo di altri, sperando altresì di arricchirsi impadronendosi del bottino di guerra.
Loro forza principale è la cavalleria, dispongono infatti di numerosissimi catafratti, mentre la cavalleria leggera è costituita da arcieri.
Come tutti i Sarmati curano particolarmente la fabbricazione degli archi e quando scendono in guerra dispongono di grandi riserve di frecce.

Il loro modo di combattere è per noi inusitato, non si muovono infatti in ranghi compatti, ma avanzano disordinatamente a piccoli gruppi e da più punti lanciano nugoli di frecce per scompaginare le fila nemiche, quando ciò accade i catafratti vengono compatti alla carica e fanno strage.
Se sono respinti fuggono in tutte le direzioni tanto che è arduo inseguirli. Non si curano di lasciare sul campo morti e feriti, ma appena riprendono fiato tornano all’attacco, è così che spesso hanno rovesciato le sorti delle battaglie, passando da una apparente disfatta alla vittoria.
Non sono tuttavia capaci di condurre un lungo assedio e non dispongono di macchine da guerra.
Nel tempo presente vivono oppressi dalla impossibilità di muoversi a loro piacimento, infatti le loro terre confinano verso nord con quelle dei Quadi, con i quali spesso si azzuffano, a meridione sono bloccati dal regno dei Daci di Decebalo e ad occidente il Danubio li separa dalla provincia Romana.
Loro massimo desiderio è quello di penetrare nelle nostre terre, che sanno essere ricche di ogni cosa, ma li frena il timore della nostra potenza, cercano dunque alleati per mettere insieme forze sufficienti per attaccarci, ma essendo infidi, sleali e feroci nessuno fa conto su di loro se non come mercenari.

Traiano dunque pensava che, se non avesse ridotto alla ragione gli Iazigi, il limes Danubiano e la Pannonia sarebbero sempre stati esposti alle loro scorrerie.
In realtà il maggior pericolo era costituito da Decebalo re dei Daci, uomo ambiziosissimo, che già una volta aveva assoldato gli Iazigi, ma in questo periodo Decebalo doveva da un lato ricostituire le proprie forze provate dalle precedenti guerre contro Romani e al tempo stesso difendersi dai Bastarni che intendevano approfittare della sua presente debolezza.
Il momento per avviare la campagna contro gli Iazigi era dunque favorevole.
Traiano metteva sempre la massima cura nei preparativi della guerra, avendo appreso in tanti anni di guerra che da essi dipendono le sorti dei conflitti.

Convocati dunque i centurioni che avevano combattuto contro gli Iazigi al tempo delle guerre nelle quali erano alleati di Decebalo volle sapere quale fosse il loro modus operandi e soprattutto come provvedessero ai vettovagliamenti per gli uomini e per le bestie. Venne così a sapere che ogni cavaliere quando va in guerra trae con sé almeno 4 cavalli, per tale motivo difficilmente gli Iazigi muovono l’intera cavalleria, che per quanto detto consisterebbe di oltre 80.000 cavalli e una enorme necessità di biade. Ma anche quando avanzano con un quarto delle forze devono tuttavia nutrire 20.000 cavalli. A ciò provvedono in parte caricando le biade sugli animali che non sono montati dai cavalieri e per la maggior parte caricano il foraggio su carri trainati da buoi. Si calcola che per nutrire uomini e bestie per dieci giorni servono 1.000 carri per 5.000 cavalieri. Trascorsi 10 giorni o arrivano nuove provviste oppure si devono ritirare.

Gli arcieri caricano le frecce nelle faretre, ogni faretra contiene 25 frecce, durante i trasferimenti ogni arciere porta con sè 4 faretre, altre cento frecce per ogni arciere sono portate sui carri.
In una giornata di battaglia molto combattuta ogni arciere può lanciare 100 frecce, se quindi la battaglia dura per più giorni corrono il rischio di restare disarmati.
A conti fatti se essi muovono all’attacco con 2.000 catafratti e 3.000 arcieri a cavallo, portano con sé almeno 600.000 frecce.
Temono soprattutto la pioggia perché rende inefficaci gli archi e i catafratti rischiano di affondare nel fango.
Contano massimamente nella rapidità: attacchi improvvisi e inattesi, cariche furibonde, massima ferocia per spargere il terrore.

Essi come animali predatori sono sempre in caccia, guai a farsi cogliere impreparati, mai cessare di vigilare, se si è costretti ad attraversare grandi pianure è assolutamente necessario mandare esploratori da ogni parte, perché questo è il terreno che prediligono per combattere e fare strage.

 

III
La campagna che Traiano si apprestava a combattere contro gli Iazigi presentava molte insidie, era infatti prevedibile che essi non sarebbero venuti all’attacco del campo Romano, ma avrebbero cercato di limitare la nostra mobilità tentando di sorprendere ogni colonna in marcia.

Tale era il rischio che Traiano temeva di più, infatti se le cose fossero andate in tal guisa, sarebbe stato costretto ad una guerra logorante e disonorevole.
Pertanto prima che l’avanzare della stagione invernale lo impedisse ampliò la fortezza dove si trovava Teboniano, perchè potesse ospitare 4 legioni, incrementò il numero dei castelli che avvolgevano da nord verso ovest le terre degli Iazigi e li congiunse con una palificazione. Lo scopo di questi lavori era quello di proteggere le retrovie nelle quali le legioni potessero muoversi a piacimento e senza pericolo.
Avendo tutto ciò predisposto tornò a Carnuntum a presiedere le sessioni di giustizia.
Come l’inverno precedente anche questo fu particolarmente mite il Danubio non ghiacciò e la navigazione restò agevole. Pertanto Traiano imbarcò sulla flotta Pannonica le legioni che intendeva condurre contro gli Iazigi, una parte di esse fece sbarcare di fronte a Brigetio perché raggiungesse Teboniano, la parte restante con la cavalleria Numidica condusse ad Aquincum.
Quando stimò che la stagione fosse ormai propizia, si era ormai a Marzo, ordinò a Teboniano di avanzare a ranghi compatti nelle terre degli Iazigi e di fortificarsi dove lo ritenesse più opportuno e senza pericolo.

I barbari, radunate ingenti forze, mossero incontro a Teboniano, senza tuttavia attaccarlo. Come abbiamo detto essi non conoscono l’arte dell’assedio e temevano particolarmente le nostre macchine da guerra. Pensavano tuttavia che con questa mossa avrebbero impedito una nostra ulteriore avanzata e speravano che, venuti a mancare i rifornimenti, i nostri fossero costretti ad abbandonare il campo.
Quando Traiano fu informato che gli Iazigi avevano concentrato le loro forze contro Teboniano attraversò il Danubio con due legioni, due vexillationes, gli ausiliari e la cavalleria Numidica e a marce forzate avanzò per congiungersi con Teboniano prendendo alle spalle i nemici.
Questi, intenti come erano a sorvegliare le mosse di Teboniano, presi alla sprovvista fuggirono lasciando nelle mani dei Romani tutti i loro carri.
Traiano si fortificò costruendo un campo nelle prossimità di quello di Teboniano e fece congiungere i due campi con un vallo alto 2 metri ed un fossato profondo 3 metri e largo altrettanto.
Trovato poi il legname necessario fece costruire una doppia palizzata che come un corridoio congiungesse i due campi alla fortezza da cui era partito Teboniano.
Questo corridoio era lungo 50 miglia e largo sei metri.
I legionari sopportavano la grande fatica senza dolersi perché sapevano che tutto ciò veniva fatto per la loro sicurezza, inoltre Traiano, come un padre, era sempre al loro fianco sorvegliando che tutto procedesse nel migliore dei modi.

L’impresa fu condotta a termine in soli 6 giorni.

I barbari non fecero tempo a riunire nuove forze e armamenti che l’opera era già terminata.
Il primo obiettivo di Traiano: assicurarsi i rifornimenti senza correre alcun pericolo, era stato raggiunto.
Le forze che Marco Ulpio aveva condotto nei due accampamenti assommavano infatti a 4 legioni, 4 vexillationes, oltre alla cavalleria Germanica e a quella Numidica,messi in conto anche gli ausiliari si trattava di nutrire 40.000 uomini, 6.000 cavalli, oltre alle bestie da soma, quindi la soluzione del problema dei rifornimenti era la chiave per vincere la guerra.
Traiano prevedendo che gli Iazigi avrebbero tentato di sfondare il corridoio fece costruire lungo esso 120 torrette protette da un fossato per ogni lato.
Nelle torrette fece posizionare le macchine da guerra.
Come aveva immaginato una notte gli Iazigi assalirono contemporaneamente 3 torrette, ma i nostri erano preparati e subito misero in funzione le macchine da guerra.

Fu questo uno spettacolo terrificante poiché, secondo gli ordini ricevuti, i legionari lanciarono con le baliste frecce incendiarie, ad ogni lancio si abbattevano sui nemici indifesi centinaia di frecce, mentre i nostri erano al riparo delle torrette. Le frecce incendiarie illuminavano la notte i nostri fecero in tal modo strage dei barbari che pensando di sorprenderci erano giunti così vicino alle torrette che nessun colpo andò a vuoto.

 

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