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BOOK IIi - NELLA GALLIA BELGICA: LE CAMPAGNE CONTRO I BELLOVACI, I NERVI E GLI ATUATUCI

I – Durante quell'inverno (nel 57), mentre si trovava nella Cisalpina, Cesare fu informato che nella Gallia Belgica si preparava la guerra.

I popoli della Belgica (corrispondente all'attuale Francia nord-orientale, al Belgio e a parte dei Paesi Bassi) vengono dalla Germania, attraversato il Reno, si sono stanziati in quelle fertili terre, dopo aver scacciato i precedenti abitanti.

Probabilmente per l’origine Germanica presso di loro i Druidi hanno un peso trascurabile.
I popoli più importanti sono i Bellovaci, che considerano se stessi i migliori guerrieri, i Nervi bellicosi e numerosi, gli Atuatuci, discendenti dei Cimbri e Teutoni e i Remi, legati ai nostri alleati Edui da vincoli di amicizia.

Valutato il rischio Cesare arruolò nella Cisalpina due legioni.

 

II – Appena la stagione lo consentì arrivammo a Lugdunum (Lione) con le due legioni di reclute. Da qui raggiungemmo a Vesonzio le tre legioni che vi svernavano.

Lasciata Vesonzio puntammo su Andematunnum (Langres) dove svernavano le altre tre legioni.

Frattanto i Senoni, i Lingoni e gli altri Galli che confinano con i Belgi, riferivano che costoro stavano radunando in un solo luogo un enorme esercito.

Cesare pertanto decise di bruciare i tempi.
Rifornito di grano l'esercito, partì alla volta della Gallia Belgica.
Quindici giorni dopo essere arrivati a Lugdunum raggiungemmo i confini della Belgica.

Sorpresi dal nostro imprevisto arrivo, i Remi mandarono a Cesare i loro capi Iccio e Andecombogio, che si dissociarono dagli altri Belgi, ponendosi sotto la protezione del Popolo Romano.


Iccio

Erano pronti a fare tutto ciò che Cesare avrebbe chiesto, gli avrebbero consegnato ostaggi, avrebbero aperte le porte delle loro città, lo avrebbero rifornito di viveri.
Tutti gli altri Belgi erano in armi, a loro si erano uniti anche i Germani che abitavano questo lato del Reno.

Era tale l'insensata follia che anche i Suessoni loro fratelli e consanguinei, non avevano voluto sentire ragioni e si erano uniti agli altri Belgi.

Dai Remi Cesare venne a sapere che avevano preso le armi i Bellovaci, gli Suessoni, i Nervi, gli Atrebati, gli  Ambiani, i Morini, i Menapi, i Caleti, i Veliocassi, i Viromandui, gli Atuatuci e quelli che vengono usualmente chiamati Germani, vale a dire i Condrusi, gli Eburoni e i Cerosi.

I Remi dicevano di sapere con esattezza quanti soldati ogni tribù avesse promesso di schierare. Secondo i loro conti l'esercito dei Belgi disponeva in totale di oltre trecentomila uomini.

I Bellovaci essendo i più numerosi e ritenendosi i migliori guerrieri, reclamavano il comando, che invece per la sua prudenza e giustizia fu affidato a Galba (nome romanizzato dall’autore).

 

III – Un così sterminato esercito sarebbe stato difficile da gestire per tutti, fu così anche per Galba.

In ogni caso, per quanto le stime dei Remi ci sembrassero esagerate, tuttavia sarebbe stato temerario affrontare a viso aperto una tale massa di armati. Cesare pertanto, per creare scompiglio tra i nemici, chiese a Diviziaco di chiamare alle armi gli Edui, penetrare nel territorio dei Bellovaci e saccheggiarne i campi.


Diviziaco

Nel frattempo i nostri esploratori e gli stessi Remi ci avvertirono che i Belgi avanzavano contro di noi.

Cesare nell'intento di guadagnare tempo, per consentire a Diviziaco di radunare l'esercito e per mettere in difficoltà Galba, che doveva sfamare il suo grande esercito, uomini e animali compresi, fece passare le nostre otto legioni (circa 36 mila uomini) dalla riva destra alla riva sinistra del fiume Axona (Aisne).

Sulle rive del fiume ci fortificammo, in modo tale che il nostro accampamento da un lato era difeso dalle ripide sponde del fiume e dall'altro lato da un vallo alto dodici piedi (3,60 mt) ed un fossato profondo diciotto (4,40 mt).

Nelle vicinanze, ad una distanza di otto miglia (circa 12 km) si trovava Bibrax (Laon), la capitale dei Remi.

I Belgi per l'avidità di fare un grande bottino e per punire i Remi, invece di attaccarci si diressero contro Bibrax.

La tattica che tutti i Galli usano per espugnare le città consiste nel lanciare nugoli di frecce e di pietre per allontanare i difensori dalle mura, quando le mura non sono più presidiate avanzano con gli arieti e le sfondano.

Dato il loro grandissimo numero la presa di Bibrax appariva facile.

I Remi seppero resistere fino a notte inoltrata quando cessarono i combattimenti, allora Iccio riuscì ad inviare un messaggio a Cesare dicendo che, se non avesse ricevuto aiuti entro il giorno seguente non avrebbe potuto resistere.

Cesare servendosi come guide degli stessi messaggeri mandati da Iccio, attraversate le linee nemiche, nel cuore della notte, fece arrivare a Bibrax frombolieri delle Baleari, arcieri Numidi e Cretesi.

Grazie a questo soccorso le sorti si capovolsero, gli assediati ripresero coraggio e gli assedianti persero la speranza di prendere la città, così dopo pochi giorni e molte perdite i Belgi tolsero l'assedio.

 

IV – Lasciata Bibrax, si accamparono a due miglia (circa 3 km) da noi.

Erano così numerosi che occuparono uno spazio largo dodici miglia (circa 18 km), come calcolammo dai fuochi che di notte avevano acceso.

Il mattino successivo vennero all'attacco attraversando l'Axona. Quando Cesare vide che stavano a metà del fiume uscì dal campo con tutta la cavalleria, la fanteria leggera numida, arcieri e frombolieri.
Si accese un combattimento furibondo, ma per quanto grande fosse il numero dei barbari, impediti dalle acque del fiume e dalle ripide sponde, pur combattendo con selvaggio vigore, caddero in gran numero.

I nostri secondo gli ordini di Cesare si arrestarono sulla sponda del fiume in posizione fortissima. 
Delusi nelle loro speranze, prima di saccheggiare Bibrax, poi di espugnare il nostro campo, i superstiti dovettero rientrare nel proprio accampamento.

Qui i Bellovaci vennero a sapere che gli Edui si stavano avvicinando alle loro terre con un grande esercito. Decisero pertanto di abbandonare gli altri Belgi per difendere le proprie case.

In pari tempo, come Cesare aveva previsto, all'esercito di Galba cominciarono a scarseggiare i viveri. Fu deciso allora di comune accordo che ogni tribù rientrasse nelle proprie terre, con l'impegno di andare in soccorso di quella che fosse attaccata dai Romani. 

Presa la decisione partirono senza alcun ordine, ognuno volendo mettersi in testa per giungere in patria al più presto possibile.

Il mattino seguente Cesare ordinò a Quinto Pedio e Lucio Aurunculeio Cotta di inseguire i Belgi con tutta la cavalleria, per tagliare fuori dal resto dell'esercito la retroguardia nemica, sulla quale si avventò Tito Labieno con tre legioni facendone strage.

Quinto Pedio Lucio Aurunculeio Cotta

 

V – Il giorno successivo Cesare, condotto l'esercito nel territorio dei Suessoni, attaccò la città di Noviodurum (Soissons), che difesa da altissime mura era difficile da espugnare.

Pertanto preparate tutte le opere necessarie stava per dare inizio all'assedio, quando i Galli alla vista del terrapieno, delle torri, delle gallerie, presi dal panico si arresero.
Per intercessione dei Remi furono risparmiati. 

Presi gli ostaggi, tra i quali i due figli del loro re Galba, fatte gettare dalle mura tutte le armi, fu accettata la resa. 

 

VI – Senza perdere ulteriore tempo, avanzammo nel territorio dei Bellovaci, che si erano rifugiati nella città di Bratuspanzio (Beauvais). Arrivati a cinque miglia (circa 7,5 km) dalla città gli anziani gli si fecero incontro facendo atto di sottomissione.

Fu la volta di Diviziaco ad intercedere per loro, dicendo che il popolo era stato ingannato, raccontando che i Romani avevano ridotto in schiavitù gli Edui.

I responsabili della loro sedizione, compreso il disastro che avevano provocato, erano fuggiti in Britannia. Aggiunse Diviziaco che dando prova della sua clemenza Cesare avrebbe aumentato il prestigio degli Edui, presso tutti i Belgi, del cui aiuto si erano spesso serviti.

Cesare rispose che in nome della sua amicizia per Diviziaco accettava la loro resa. Peraltro visto che i Bellovaci sono i più numerosi dei Belgi, si fece consegnare seicento ostaggi e tutte le armi.

 

VII – Mentre altre tribù minori si arrendevano, i Nervi, sdegnati con gli altri Belgi, che accusavano di aver tradito le antiche virtù, dichiararono che non avrebbero inviato ambasciatori, né avrebbero negoziato la pace.

Come ebbi occasione di osservare, Cesare nutriva una forte ammirazione per i Germani, volle quindi conoscere quali fossero i costumi di questi fieri Nervi.

Seppe che non consentivano ai mercanti di visitarli, che vietavano che si importassero vini od altri generi di lusso, convinti che tali cose rammollissero gli animi e diminuissero le forze.

Erano uomini selvaggi e valorosissimi.

 

VIII – Certi dell'arrivo dei Romani, i Nervi avevano indotto i confinanti Atrebati e i Viromanduri  a scendere in campo assieme a loro, mentre gli Atuatuci si erano messi in marcia per raggiungerli. 

Queste tribù, di origine Germanica, dispongono di forti cavallerie, mentre i Nervi, pur essendo anche loro Germani, a differenza degli altri non fanno conto della cavalleria, tutta la loro forza consiste nella fanteria.

Fu quindi avveduto Bodougnato, capo supremo dei Nervi, che, unite le forze con quelle dei vicini, avrebbe avuto ai suoi comandi una fortissima fanteria ed una fortissima cavalleria.


Bodougnato

Intanto aveva riunito in uno stesso luogo, circondato da paludi, inaccessibile al nostro esercito, le donne e tutti coloro che per età non potevano portare le armi.

 

IX – Dopo essere avanzato per tre giorni nel territorio dei Nervi, Cesare fu informato che Bodougnato con i suoi alleati si era accampato sulla riva destra dl fiume Sabis (Sabre), ad una distanza di dieci miglia (circa 15 km).

Al nostro esercito si erano aggregati molti cavalieri Belgi che nelle precedenti battaglie si erano arresi.
Cesare immaginava che parte di costoro avrebbe dato ai Nervi, tutte le informazioni che potevano raccogliere.
La cosa non lo turbava, perché così poteva ingannare facilmente i nemici.

Non essendo lontani dal fiume, Cesare mandò avanti assieme agli esploratori i centurioni più esperti perché trovassero un posto adatto a fortificarci.
Fu scelto un luogo su un colle che digradava verso la riva sinistra del Sabis e che offriva spazio sufficiente per accogliere otto legioni, la cavalleria, gli ausiliari e i carriaggi con le bestie da soma (un'area di circa 400 ettari)

Cesare ordinò alla cavalleria di avanzare verso il fiume con gli arcieri e i frombolieri, inoltre, poiché era certo della delazione dei Belgi, all’improvviso mutò la disposizione della nostra colonna, disponendola in ordine di battaglia, in testa sei legioni veterane, la IX, la X, l'XI, l'VIII, la VII e la XII, poi i carri, a chiudere, con il compito di difendere i carri, le due legioni di recente arruolate, la XIII e la XIV.   

 

X – Arrivati al Sabis i nostri si scontrarono con la cavalleria nemica.

I nemici sotto il tiro degli arcieri e dei frombolieri, si ritirarono oltre al fiume inseguiti dai cavalieri, che peraltro arrivati al margine della selva, che ricopriva il vasto colle, dovettero fermarsi.

Infatti i Nervi, che come detto non dispongono di alcuna cavalleria e non se ne danno pensiero, per difendersi dai cavalieri nemici, usano piegare i rami degli alberi più giovani, intrecciandoli tra loro in modo da costituire una barriera insuperabile e impenetrabile anche alla vista. Mentre i nostri si arrestavano incerti sul da farsi, all'improvviso i nemici contrattaccavano.

La battaglia aveva un inusitato svolgimento, ad ogni attacco dei nostri i barbari si rifugiavano entro la selva, per contrattaccare non appena i cavalieri Romani si arrestavano, non osando addentrarsi all'interno della selva.

 

XI – Mentre la cavalleria Romana si scontrava contro quella degli Atrebati e dei Viromanduri, le nostre legioni non appena entrarono nell'area scelta per l'accampamento, iniziarono a fortificarlo. 

Quando i Nervi videro avanzare i carri, usciti dalla selva, correndo con incredibile velocità, si gettarono contro i nostri cavalieri, mettendoli in fuga.
Senza fermarsi attraversato il fiume vennero all'attacco delle nostre legioni.

La rapidità dell'attacco fu tale che Cesare non ebbe neppure il tempo di fare tutto ciò che andava fatto: alzare il vessillo per segnalare il pericolo, suonare l'adunata, ritirare i soldati dal lavoro, richiamare quelli che si erano allontanati per raccogliere il materiale per le fortificazioni, schierare le truppe, dare il segnale d'attacco.
Ma i soldati forti della loro pratica di guerra si schierarono tanto celermente quanto rapidamente la moltitudine dei nemici veniva all'attacco.

All'ala sinistra si attestarono la IX e la X legione, all'ala destra l'XI e l'VIII, al centro la XII e la VII. L'ala destra fu assalita dagli Atrebati, ma appena arrivarono a tiro di giavellotto i nostri li ricacciarono nel fiume, poi inseguendoli ne uccisero un gran numero con le spade mentre stavano in mezzo al guado, né cessarono di inseguirli, ma attraversato il fiume si spinsero sul colle dove si rinnovò il combattimento finché i nemici non si diedero nuovamente alla fuga.

Anche l'ala sinistra, alla quale erano toccati in sorte i Viromanduri, li respinse, inseguendoli sino al fiume. Ma al centro il nostro schieramento aveva lasciato un varco nel quale fece impeto la massa dei Nervi comandata dallo stesso Bodougnato. Sfondato il centro una parte dei Nervi prese ad aggirare le nostre legioni, mentre l'altra parte veniva all'assalto del nostro campo.

Tutto questo mentre arrivavano i carri con la XIII e la XIV legione.

Cesare, visto che la XII legione era in gran difficoltà, che tutti i centurioni della IV coorte erano stati uccisi, che anche molti centurioni delle altre coorti erano sati uccisi o feriti e tra loro anche il primipilo (il centurione di grado più elevato) Publio Sestio Baculo, uomo di immenso valore, era stato gravemente ferito, mentre i nemici non cessavano di far affluire truppe dal basso, preso lo scudo da uno degli ultimi, avanzò in prima linea.

Chiamati per nome i centurioni sopravvissuti, ordinò di contrattaccare allargando i manipoli (ogni legione era formata da 30 manipoli, ciascuno comandato da 2 centurioni). La sua presenza infiammò i legionari, che riuscirono ad arginare i Nervi. Rimesso ordine nello schieramento Cesare ordinò che la VII legione si accostasse alla XII, quindi fatta una conversione, bloccò l'aggiramento dei nemici.

Dall'altro lato del fiume la IX e la X legione conquistata la vetta del colle si erano impadronite dell'accampamento nemico. Labieno che aveva preso il comando delle due legioni, vedendo dall'alto dove infuriava la battaglia e in quale pericolo fossimo, ordinò di correre in nostro aiuto.

Ripreso coraggio anche i cavalieri, per riscattare il disonore della precedente fuga, si lanciarono in battaglia con grandissimo vigore.
Le sorti volsero allora in nostro favore, ma i nemici combattendo senza paura, disprezzando il pericolo, non temendo le nostre spade, non arretrarono, preferendo la morte al disonore della fuga.

Dopo uno scontro durato fino al tramonto restammo padroni del campo di battaglia inondato dal sangue dei barbari.

 

XII – Trascorsi pochi giorni, vistisi perduti, i più anziani tra coloro che i Nervi avevano fatto rifugiare nelle lontane paludi, disperati e piangenti andarono da Cesare chiedendo che le donne e i fanciulli fossero risparmiati.

Dicevano che di seicento senatori (romanizzazione dell’autore) solo tre erano sopravvissuti e di sessantamila guerrieri appena cinquecento si erano salvati.

Cesare, per quanto considerasse esagerate le perdite lamentate dai Nervi, tuttavia per rendere onore al loro intemerato coraggio, decise di agire con clemenza e misericordia. Restituì ai Nervi il loro territorio e diffidò i popoli confinanti dal recare ai sopravvissuti la minima offesa.

 

XIII – Gli Atuatuci che stavano venendo con tutte le loro forze in aiuto dei Nevi, quando vennero a conoscenza della disfatta, invertita la marcia tornarono in patria.

Questi Atuatuci erano i discendenti di quei Cimbri e Teutoni, che invasa la Provincia (la Gallia Narbonense) tentarono di penetrare in Italia, ma sconfitti da Gaio Mario furono annientati.


Gaio Mario

Presagendo che Cesare li avrebbe attaccati, abbandonate città e villaggi, concentrarono tutte le loro risorse nella capitale Atuatuca (Tongeren, Belgio) che, costruita su altissime rupi, era accessibile solo attraverso una dolce salita non più larga di duecento piedi (circa sessanta mt), sbarrata da un duplice altissimo muro.

Dopo aver vanamente tentato delle sortite, quando i nostri costruirono un vallo alto dodici piedi (circa 3,5 mt) e lungo quindicimila (4,5 km), si richiusero in città.

Per stanarli costruimmo a distanza di sicurezza una grande torre munita di ruote.

Dall'alto del muro gli Atuatuci presero a schernirci, chiedendo come pensavano dei nanerottoli come noi di accostare alle mura una così grande torre.

Ma quando videro la torre muoversi rapidamente verso le mura, presi da improvviso terrore, non avendo mai visto nulla di simile, si arresero dicendo che senza dubbio con l'aiuto divino Cesare conduceva la guerra.

Di una sola cosa pregavano Cesare che non li privasse delle armi, poiché altrimenti non avrebbero potuto difendersi dai popoli vicini, tutti a loro ostili, infatti gli Atuatuci avevano a lungo combattuto per conquistare la terra che ora occupavano.

Ma Cesare rispose che avrebbe fatto per loro ciò che aveva fatto per i Nervi, avrebbe quindi ordinato ai vicini di astenersi dal recar loro molestia, visto che si erano consegnati al Popolo Romano.
Gli Atuatuci accettarono tutte le condizioni poste da Cesare e dal muro gettarono una enorme quantità di armi.

Tuttavia, come poi venimmo a sapere, ne nascosero almeno un terzo.

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Book X Book XI
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