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BOOK V - LA CAMPAGNA CONTRO GLI USIPETI E I TENCTERI, L’ATTRAVERSAMENTO DEL RENO, LO SBARCO IN BRITANNIA

I – Nell'anno del consolato di Gneo Pompeo e Marco Crasso (55), in pieno inverno, gli Usipeti e i Tencteri che abitano non lontano dall'Oceano Germanico, dove sfocia il Reno, inseguiti dagli Suebi, attraversarono il fiume.

Tra tutti i Germani quelli che si dicono di stirpe Sueba sono di gran lunga i più numerosi e i più bellicosi, essi sono riconoscibili perché si intrecciano i capelli e li stringono in un nodo.

Hanno costumi del tutto diversi da quelli dei Galli, presso di loro non esistono terre di proprietà privata, ma ogni anno ognuno dei loro cento cantoni manda alla guerra mille guerrieri, mentre gli altri curano la terra e le mandrie, l'anno successivo si danno il cambio, in tal modo né la pratica della guerra, né l'agricoltura e la pastorizia hanno interruzioni, in ogni caso non è loro concesso di restare sulla stessa terra per più di un anno.

Si nutrono soprattutto di latte e di bestiame, minore è il consumo di grano.
In regioni freddissime si coprono solo di corte pelli e si lavano nei fiumi. Addestrano i loro piccoli cavalli con grandissima cura, tanto che in guerra, quando scesi da cavallo combattono a piedi, per ogni evenienza li abituano ad attenderli sempre nello stesso posto.


Suebi

Considerano disonorevole ed effemminato cavalcare con la sella, sì che anche in pochi attaccano squadroni di cavalieri sellati.
Consentono l'accesso ai mercanti solo per vendere ciò che hanno conquistato in guerra.
L'importazione di vino è assolutamente proibita, poiché dicono che infiacchisce l'animo e il corpo.

In ragione di questi costumi sviluppano i loro corpi sino a raggiungere proporzioni imponenti.

 

II – E' reputato titolo di gloria spopolare i territori che stanno ai loro confini.

Gli unici che hanno saputo resistere sono gli Ubi, che per essere confinanti con il Reno e spesso visitati dai mercanti sono i più civilizzati di tutti i Germani. Tuttavia anche gli Ubi, per quanto non siano stati cacciati dalle proprie terre, sono diventati tributari degli Suebi.

Orbene gli Usipeti e i Tencteri dopo aver combattuto per anni contro gli Suebi, alla fine espulsi dalle loro terre, sempre combattendo vagarono per varie regioni della Germania, fino a quando non giunsero sulle rive del Reno.

Dapprima cercarono di occupare il territorio dei Batavi, ma questi, uomini di singolare valore e prestanza fisica, li respinsero; allora, attraversato il Reno con uno stratagemma, invasero le terre dei Menapi e occupati alcuni villaggi passarono l'inverno consumando le provviste che vi avevano trovato.

 

III – Cesare non appena ebbe notizia di quanto avvenuto, partito dalla Cisalpina prima del solito, raggiunse l'esercito.

Due cose lo preoccupavano: in primo luogo voleva evitare che i Germani, che già spesso attraversavano il Reno, tentassero di invadere in massa la Gallia; in secondo luogo temeva che i popoli della Gallia Belgica da poco pacificati, fatto fronte comune con i Germani, riprendessero la guerra.

Appena arrivato in Gallia, Cesare ebbe conferma che i suoi timori si erano già avverati. Gli Usipeti e i Tencteri, venuti a patti con i Menapi, indussero una gran massa di Germani ad attraversare il Reno, per dilagare poi nelle terre degli Eburoni e dei Condrusi, anch'essi di discendenza Germanica.

Cesare, convocati i Belgi, finse di ignorare questi fatti, ma mostrando di volerli difendere dall'invasione, ordinò che gli fornissero squadroni di cavalleria e non perché facesse affidamento su di loro, ma piuttosto per averli come ostaggi.
Ben altrimenti gradito fu invece l'arrivo dei guerrieri Batavi, famosi tra i Germani per il loro coraggio e per essere insuperabili cavalieri.

I Batavi vivono da tempo immemorabile tra il Reno e la Mosa (negli attuali Paesi Bassi), le loro terre per quanto battute dai venti sono tuttavia fertili e ricche di pascoli. Essi vivono di cereali, di latte e di pesca, molto ricca sia lungo le loro coste che lungo i fiumi. A differenza degli altri popoli Germanici sono dediti all'agricoltura, per tale motivo le terre dei Batavi sono disseminate di innumerevoli villaggi formati da non più di dodici case, in tal modo ogni famiglia è vicina alle proprie terre.

Hanno sempre respinto i tentativi di invasione di altre tribù attratte dalle loro mandrie e dai loro pascoli. Ma in presenza dell'orda degli Usipeti e dei Tencteri, dovendo per di più guardarsi dai Messapi, reputarono conveniente allearsi con il popolo Romano (pochi anni dopo i Batavi furono da Augusto arruolati in gran numero nella sua guardia pretoriana).

I loro inviati dissero a Cesare che se lo avesse ritenuto opportuno avrebbero potuto inviargli ulteriori forze. Cesare dopo averli ringraziati rispose che faceva gran conto sul loro valore e in caso di necessità sarebbe ricorso al loro aiuto.

 

IV – Gli Usipeti ed i Tencteri, appena seppero dell'arrivo di Cesare, mandarono ambasciatori: costoro dissero che non avrebbero attaccato per primi battaglia, ma se attaccati avrebbero risposto colpo su colpo; inoltre non erano entrati in Gallia di loro volontà, ma perché gli Suebi li avevano cacciati dalle loro terre. Ricordasse Cesare che essi si ritengono secondi solo agli Suebi, ai quali neppure gli Dei immortali sono pari. 
Dunque concedesse loro le terre che avevano conquistato con le armi.

Cesare rispose che in Gallia non c'erano terre libere ed essi non potevano pretendere di occuparle per non essere stati capaci di difendere le proprie. Comunque potevano stabilirsi presso gli Ubi.
Cesare poteva affermare tali cose perché erano arrivati presso di noi gli ambasciatori degli Ubi chiedendo di essere aiutati contro gli Suebi e Cesare aveva chiesto la loro disponibilità ad accogliere gli Usipeti ed i Tencteri.

Ma gli ambasciatori di questi ultimi, ricorrendo alla frode, dissero che avrebbero riferito la proposta di Cesare, ma intanto gli chiedevano di non avanzare ulteriormente. In realtà essi aspettavano il ritorno dei loro cavalieri mandati tra i Menapi a raccoglie provviste.

Cesare pertanto rispose che non poteva aderire neppure a questa loro richiesta.

 

V – Il giorno appresso, arrivati a dodici miglia (circa 18 km) dai nemici, fummo nuovamente raggiunti dai loro ambasciatori che ci pregarono di non avanzare.

Non avendo avuto soddisfazione chiesero che Cesare ordinasse alla cavalleria di non attaccarli e desse loro il tempo di mandare ambasciatori presso gli Ubi: se questi si fossero impegnati con giuramento, avrebbero accettato l'offerta di Cesare.

Seppure convinto che questo fosse un nuovo tentativo di guadagnare tempo, tuttavia Cesare rispose loro che sarebbe avanzato solo di quattro miglia per attingere acqua.

Intanto ordinò ai prefetti (i comandanti delle ali di cavalleria) di non attaccare battaglia. Ma mentre i nostri cavalieri non sospettavano di nulla, avendo i nemici chiesto una tregua, furono all'improvviso assaliti da ottocento cavalieri nemici.

Sorpresi i nostri si diedero alla fuga, lasciando sul terreno settantaquattro uomini. Con grande cordoglio di Cesare cadde anche il nobilissimo Pisone Aquitano, proclamato dal Senato amico del Popolo Romano, amato dai legionari per la sua generosità e il suo grande animo.

Pisone fu trucidato mentre correva in soccorso del fratello circondato dai nemici.
Morirono entrambi.

Quella sera nel nostro campo si sentivano solo parole di vendetta. 

 

VI – La mattina del giorno seguente tornarono in gran numero non solo gli ambasciatori nemici, ma anche i capi e gli anziani e con somma ipocrisia, mentre si scusavano dell'accaduto, chiedevano un prolungamento della tregua.

Cesare colta l'opportunità, li trattenne tutti quanti, poi uscito dal campo con tutte le truppe, coperte fulmineamente le otto miglia che lo separavano dai nemici, li assalì.

In assenza dei capi i Germani, presi dal panico, cominciarono a fuggire da tutte le parti, inseguiti dalla nostra cavalleria.
Quelli che si salvarono corsero verso la Mosa, dove, spossati dalla fatica, molti affogarono.

I superstiti furono accolti dagli Ubi. 
Avevano attraversato il Reno in quattrocentotrenta mila, tra uomini, donne e fanciulli.

Terminata la battaglia Cesare autorizzò coloro che aveva trattenuto ad andarsene, ma costoro temendo la vendetta dei Galli, ora che erano stati vinti, chiesero di restare presso di lui; Cesare li accolse come uomini liberi.

 

VII – Quando il Popolo Romano fu informato del felice esito di questa battaglia, grande fu il generale tripudio.

Ma Catone, roso dall'invidia e dalla sua antica inimicizia verso Cesare, disse in Senato che non si doveva consentire ad un comandante Romano di agire con tanta perfidia, pertanto era sua opinione che si dovesse consegnare Cesare agli Usipeti e ai Tencteri.

A tali parole rispose Clodio, tribuno della plebe, chiedendogli se sarebbe andato lui in Gallia ad effettuare la consegna.

Catone Clodio

Le parole di Catone suscitarono una tale indignazione, che per sottrarlo all'ira della plebe il Senato dovette fornirgli una scorta armata. 

 

VIII – I cavalieri Usipeti e Tencteri che erano andati a fare incetta di viveri e non avevano potuto prendere parte alla battaglia, attraversato il Reno, si rifugiarono presso i Sugambri. 

Cesare chiese che gli fossero consegnati.

Risposero i Sugambri che la potestà del Popolo Romano si fermava sulle rive del Reno: non pensasse quindi Cesare di comandare a casa loro.

In verità di tutti i popoli Germanici i soli Ubi avevano chiesto l'amicizia di Cesare consegnando spontaneamente ostaggi.

Appresa la notizia della nostra vittoria, il loro capo Alberico, attraversato il Reno accompagnato dagli anziani, venne da Cesare a congratularsi per la vittoria e gli confermò che secondo la sua volontà aveva dato ricetto agli Usipeti e ai Tencteri scampati alla battaglia, ma intanto era sottoposto ad una tremenda pressione da parte degli Suebi; lo pregava pertanto, se non era incalzato da più urgenti impegni, di venire in suo soccorso.

A tal fine era pronto a mettere a sua disposizione tutte le imbarcazioni necessarie per attraversare il Reno.


Alberico

Cesare promise ad Alberico che al più presto lo avrebbe raggiunto, intanto sapendo come siano sacri presso i Germani i vincoli di amicizia e di ospitalità, rimise nelle sue mani gli ostaggi poco prima consegnati.

 

IX – Molte ragioni inducevano Cesare ad attraversare il Reno: il desiderio di soccorrere Alberico, visto che gli Ubi, come detto, unici tra i Germani avevano chiesto la nostra amicizia; inoltre voleva dimostrare che, come i Germani attraversavano il Reno, altrettanto potevamo fare noi; infine Cesare voleva mostrare di quale potenza e di quante risorse disponesse il popolo Romano.

A tal fine non ritenne opportuno attraversare il Reno su barche, bensì pensò di costruire un ponte.
Qualcuno riteneva che ci stavamo avventurando in un'impresa superiore alle nostre forze, ma Cesare aveva una tale fiducia nella abilità sua e dei suoi uomini che nessuno avrebbe potuto fermarlo.

Riuniti i centurioni più esperti si mise al lavoro.
L'opera era resa ardua dalla larghezza del fiume, dalla sua profondità e dalla rapidità delle acque.
Disegnato lo schema del ponte, mentre sull'altra riva del fiume gli Ubi mandati da Alberico prevenivano l'arrivo di nemici, rapidamente iniziò la costruzione.

Per prima cosa furono predisposte coppie di pali appuntiti, spessi ciascuno un piede e mezzo (circa 45 cm), congiunti l'uno con l'altro da tronchi in modo tale che tra i due pali intercorresse uno spazio di due piedi (circa 60 cm), poi venivano portati da zattere sul fiume, lato monte, calati nelle acque e conficcati nel fondale a colpi di battipalo, in posizione non verticale, ma inclinati nel senso della corrente.

Ad una distanza di quaranta piedi (circa 12 mt) a valle veniva conficcata la coppia di pali corrispondente, ma questa volta inclinata controcorrente.
Travi spesse due piedi, pari alla distanza tra la coppia di pali congiunti, passavano da una all'altra coppia di pali, sostenendo le assi che, ricoperte di traversine e fascine, costituivano il piano di calpestio del ponte.

A valle del ponte erano conficcati nel letto del fiume altri pali, a pelo d'acqua, in posizione obliqua per sostenere la struttura del ponte dall'impeto della corrente. A monte, a breve distanza, erano collocati altri pali per impedire che i barbari facendo trascinare dalla corrente tronchi d'albero, potessero mettere in pericolo la solidità dell'opera.

Gli Ubi dapprima seguirono con curiosità le nostre manovre, ma infine enorme fu il loro stupore quando videro che dieci giorni dopo aver raccolto il materiale il ponte era completato. 

Mai avevano visto una simile grandiosa costruzione.

Mai avevano pensato che si potesse attraversare il Reno con un ponte.

 

X – Quando i Sugambri seppero che Cesare, costruito il ponte, stava per attraversare il Reno, fuggirono lontano dal fiume nascondendosi entro foreste impenetrabili, non tutti però, molti di loro mano a mano che Cesare avanzava nelle loro terre, mandarono ambasciatori chiedendo pace.

Cesare impose loro la consegna di ostaggi, oppure, in ciò consigliato da Alberico che ne lodava il grande valore, di fornirgli cavalieri. 

Questa seconda opzione risultò quella di gran lunga più gradita ai Sugambri.
Si unirono a noi circa duemila guerrieri, con i loro piccoli cavalli, che data la immensa statura dei Germani sembravano ancora più piccoli. I guerrieri erano armati di lance, un po' più corte di quelle che usano i nostri cavalieri, taluni, ma non tutti, portavano a tracolla delle clave ferrate in punta, altri archi e faretre. Nessuno indossava una corazza di metallo, ma solo una tunica di pelle.

Vennero ordinati per squadroni, che a seconda del villaggio di provenienza contavano da un minimo di trenta ad un massimo di cento cavalieri.
Ogni squadrone era comandato da colui che era considerato di tutti il più valoroso.

Non usano vessilli o altri segni di riconoscimento.
Cesare volle conoscere ciascuno dei capi e ad ognuno donò una lancia Romana e una corazza.  
Così conquistò la loro gratitudine, poiché nulla ai Germani è più gradito della guerra.
Diede alle fiamme i villaggi di quelli che erano fuggiti.

Tornato nelle terre degli Ubi fu informato da Alberico che gli Suebi, avevano mandato in terre impraticabili le donne e i fanciulli, mentre i guerrieri si erano ritirati lontano dal Reno, nel mezzo delle foreste, concentrandosi in uno stesso luogo. 

Cesare, avendo liberato gli Ubi dalla pressione degli Suebi, punito i Sugambri ribelli, mostrato agli Suebi che in qualunque momento avrebbe potuto attraversare il Reno con grandi forze, dopo venti giorni riattraversò il ponte. Dopo aver rimandato nelle loro terre i cavalieri Germani, non senza aver donato ai capi un cavallo ciascuno e aver promesso di richiamarli in futuro, tagliò il ponte.

Cesare, entrando nelle terre degli Ubi, non aveva portato con sé cavalieri Galli, così riattraversando il Reno non condusse in Gallia cavalieri Germani. Temeva infatti che per le antiche discordie alla prima occasione si sarebbero azzuffati.

Tuttavia, considerata la leggerezza con la quale i Galli prendono decisioni anche gravi e per la cattiva influenza che hanno su di loro i Druidi, che sui Germani non hanno nessun potere, lo confortava sapere di poter contare in futuro sulla cavalleria Germanica.

 

XI – Visto il favorevole esito ottenuto con l'attraversamento del Reno, Cesare, nonostante la stagione avanzata, decise che fosse opportuno sbarcare in Britannia, poiché questa isola aveva in ogni occasione dato aiuto alle tribù ostili ai Romani.

Interrogati i mercanti che praticavano il commercio con i Britanni, raccolse poche notizie utili, pertanto ordinò al tribuno Gaio Voluseno Quadratato, già ricordato in precedenza, nel quale Cesare riponeva la massima fiducia, di salpare con una nave da guerra, per verificare dove fossero i porti più adatti ad uno sbarco, intanto con due legioni andò a Porto Itio (oggi Boulogne-sur-Mer), perché da lì la traversata del mare per la Britannia è più breve.

Ordinò che la flotta costruita per la guerra contro gli Aremorici lo raggiungesse a Porto Itio.
Non appena fu noto il suo progetto dalla Britannia vennero ambasciatori di vari popoli, assicurando che si sarebbero conformati al volere del Popolo Romano.

Cesare garantita la sua protezione, li rimandò in patria accompagnati da Commio che, quando aveva sottomesso gli Atrebati, aveva nominato loro re.

Commio, del quale apprezzava coraggio e prudenza, aveva in Britannia grande autorità, per il fatto che una tribù di Britanni, la cui capitale è Londinium (oggi Londra) è costituita da Atrebati, dai quali probabilmente originano gli Atrebati della Gallia Belgica.

Gaio Voluseno Quadrato Commio

Voluseno cinque giorni dopo essere partito tornò riferendo tutto ciò che aveva osservato.

 

XII – Cesare appena fu raggiunto da circa cento navi da trasporto imbarcò la X, la VII legione e la cavalleria.
Ordinato a Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta di tenere a bada i Morini ed i Messapi e al legato Publio Sulpicio Rufo di difendere il porto, salpò per la Britannia.


Lucio Aurunculeio Cotta

Dopo circa sei ore di viaggio arrivò di fronte alle scogliere dell'isola, sulle cui alture schierate in ordine di guerra stavano le truppe nemiche.

Sulla base delle informazioni di Voluseno avanzò con le navi verso occidente fino a quando non trovò una costa piana adatta allo sbarco.

Ma i Britanni compresa l'intenzione di Cesare mandarono avanti la cavalleria e gli essedi (guerrieri che combattevano stando su carri da guerra).

L'arrivo dei nemici impedì il nostro sbarco immediato, poiché le navi da trasporto potevano ancorarsi solo a distanza dalla costa, allora Cesare fece avanzare le più leggere navi da guerra.

Sotto i colpi delle frombole e delle macchine da lancio i barbari furono costretti ad arretrare, in quella l'aquilifero della X legione, (ogni legione aveva la sua aquila, portata dall’aquilifero) invocato l'aiuto degli dei, si gettò in acqua con l'aquila chiamando a raccolta i compagni perché lo seguissero. Allora anche dalle navi vicine i legionari si gettarono in acqua e presero ad avanzare contro i nemici.


Essedi

Combattemmo aspramente, assaliti dalla cavalleria dei Britanni mentre eravamo in acqua, ma soccorsi dalle scialuppe delle navi da guerra che Cesare aveva riempito di soldati, riuscimmo a prendere terra, a questo punto caricammo i nemici mettendoli in fuga.

Malauguratamente le navi che portavano la nostra cavalleria arrivarono in ritardo così non potemmo inseguire i nemici.

 

XIII – Dopo la battaglia i Britanni mandarono ambasciatori, chiedendo la pace e promettendo ostaggi. Cesare si dolse che dopo aver volontariamente chiesto la pace, ora gli muovevano guerra.

Risposero gli ambasciatori che ciò era avvenuto per la stoltezza del popolo, intanto restituivano a Cesare Commio, che appena sbarcato avevano messo in catene.

Cesare perdonò l'ignoranza del popolo e attese gli ostaggi.
Di questi una parte fu consegnata subito, l'altra, dicevano i Britanni, doveva arrivare da lontani territori.  

Quattro giorni dopo il nostro sbarco, mentre aspettavamo l'arrivo degli ultimi ostaggi, il mare fu scosso da una furiosa tempesta, che impedì lo sbarco della nostra cavalleria, mentre le navi da trasporto, che per le loro dimensioni non avevamo potuto tirare in secco, furono trascinate contro gli scogli e molte di loro affondarono. Le navi da guerra erano in secco, ma per la violenza della mareggiata si erano riempite d'acqua.

Pertanto ci trovammo in un difficile incastro, visto che per la stagione inoltrata Cesare aveva deciso di svernare in Gallia, quindi non avevamo portato con noi viveri per passare l'inverno e ora non avevamo neppure le navi per tornare indietro.

 

XIV – Quando i Britanni videro galleggiare sul mare i resti delle navi affondate, pensarono che era capitata loro un'ottima occasione, per liberarsi dei Romani ed ammonirli a non tentare nuovamente di approdare in Britannia.

Pertanto allontanatisi dal nostro accampamento, chiamarono a raccolta tutti i loro guerrieri, decisi ad impedirci di rifornirci di grano e di qualsiasi altro tipo di viveri.

Ma Cesare che già diffidava dei barbari, anticipò le loro mosse e prima che avessero il tempo di organizzarsi fece portare dalle campagne tutto il grano che trovammo, in pari tempo recuperato il legno ed il bronzo delle navi danneggiate irreparabilmente, fatto arrivare dalla Gallia quanto necessario per effettuare le riparazioni, grazie al sommo impegno dei legionari, tranne dodici navi tutte le altre furono rimesse in condizione di affrontare il mare. 

Mentre le navi venivano riparate la VII legione, uscita dal campo per raccogliere viveri, fu attaccata dagli essedi, che costituiscono il nerbo degli eserciti Britanni.


Essedi

Costoro vanno all'attacco a squadroni di un centinaio di carri, su ogni carro si trova l'auriga ed uno o due essedi armati di archi e di giavellotti. Gli aurighi hanno una straordinari abilità nel condurre i cavalli che spingono al massimo della velocità, mentre gli essedi lanciano frecce e giavellotti per scompaginare le fila nemiche, arrivati a contatto con gli avversari gli essedi saltano dai carri e combattono a piedi, mentre gli aurighi si discostano con i carri, all'occorrenza pronti a ripiegare.

Cesare, avvertito che i nostri, sconcertati da questo inusitato modo di combattere, si trovavano in grande difficoltà, accorse fuori dal campo con parte della X legione, respinti i nemici rientrò nel campo con tutti i legionari.
Nei giorni seguenti dovemmo restare sotto le tende a causa dei forti temporali.

Intanto i Britanni mandarono messi per ogni dove sollecitando le più lontane tribù a prender parte alla guerra. Per lo scarso numero dei Romani, dicevano, era offerta loro una splendida occasione per liberarsi di noi ora e per sempre.

 

XV – Raccolti un gran numero di fanti e di essedi, i Britanni avanzarono verso il nostro campo. Cesare schierò le legioni, mentre Commio guidava quel modesto numero di cavalieri che era riuscito a mettere assieme. 
Appena i nemici furono a tiro Cesare ordinò la carica.

Al primo scontro travolgemmo i Britanni, che subito si diedero alla fuga inseguiti dai nostri, gli essedi si salvarono, ma dei fanti moltissimi caddero sotto le nostre spade.

Passati pochi giorni tornarono gli ambasciatori Britanni chiedendo pace, Cesare acconsentì imponendo un numero di ostaggi doppio rispetto a quanti chiesti prima e, visto che intendeva tornare in Gallia al più presto, ordinò che gli fossero consegnati nel continente. Ben sapeva che non tutti i Britanni si sarebbero conformati ai suoi ordini, ma ciò gli avrebbe consentito di discriminare le tribù amiche da quelle nemiche, inoltre non voleva attraversare il mare portando con sé un così grande numero di ostaggi.

Alla mezzanotte di quello stesso giorno, essendo placido il mare, imbarcò l'esercito e dopo una favorevole navigazione approdò a Porto Itio, ma due navi da trasporto trascinate dalla corrente presero terra poco più ad occidente.

Trecento legionari sbarcati si stavano avviando verso il nostro campo, quando furono raggiunti dai Morini, che ingiunsero loro di deporre le armi se non volevano essere massacrati. Ma i nostri, sia perché diffidavano dei barbari, sia perché giudicavano disonorevole deporre le armi, presero a schierarsi in difesa. Iniziò la battaglia, in breve sempre più numerosi accorrevano i barbari.

Cesare, avvertito, mandò in aiuto tutta la nostra cavalleria.

Mentre i trecento, battendosi fortissimamente, resistevano alla massa dei nemici, arrivò la cavalleria, presi dal panico i Morini gettate le armi si diedero alla fuga, lasciando sul campo un gran numero di caduti.

 

XVI – Il giorno successivo Cesare mandò contro le tribù ribelli dei Morini il legato Tito Labieno con i legionari tornati dalla Britannia, che chiedevano a gran voce di vendicare l'affronto subito dai commilitoni.


Labieno

Non avendo luogo dove rifugiarsi, per la siccità delle paludi, quasi tutti i ribelli caddero in mano di Labieno.

I legati Titurio Sabino e Aurunculeio Cotta, che Cesare aveva mandato contro i Menapi, poiché costoro erano fuggiti in luoghi inaccessibili, dopo aver saccheggiato i loro campi e incendiati i villaggi, tornarono da Cesare che, ritenendo tuttora instabile la situazione nella Gallia Belgica, ordinò che tutte le legioni svernassero in quelle regioni. 

Dalla Britannia solo due popoli mandarono gli ostaggi concordati.

 

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