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LIBRO i - DALLE PERSECUZIONI SILLANE AL CONSOLATO

I – Quando Catilina morì con le armi in pugno (62), la tracotanza degli ottimati (gli oligarchi) divenne intollerabile.

Nel tentativo di disfarsi di ogni avversario arrivarono ad accusare i capi dei Populares (il partito che si opponeva agli ottimati) Giulio Cesare e Licinio Crasso di complicità con Catilina.


Licinio Crasso

Per la loro inconsistenza le accuse caddero, tuttavia Cesare e Crasso furono indotti a rinsaldare la loro alleanza.

Crasso in particolare temeva che l’accusa di cospirazione poteva essere riproposta con l’obiettivo della confisca dei suoi beni. Poiché l’alleanza con Cesare era per lui indispensabile, gli diede mano libera per portare dalla loro parte Pompeo, dal quale era diviso da una antica inimicizia.


Pompeo

Per legare a sé Pompeo anche in via privata Cesare non esitò a dargli in moglie la sua unica figlia Giulia.

In verità quelli della nostra parte (i populares) guardavamo a Pompeo con sospetto, visti i suoi antichi legami con Silla (feroce nemico dei populares) e con gli stessi Ottimati.

Cesare tuttavia ci invitò a riflettere ricordando il fiume di sangue lasciato sul terreno sin dal tempo dei Gracchi, per aver affrontato la furia degli Ottimati da posizioni di debolezza.


Silla

Condizione irrinunciabile per la vittoria era il controllo degli eserciti, quindi il concorso di Pompeo era indispensabile.

Giocò a nostro favore l'avidità dei nostri avversari, che, eliminato il pericolo rappresentato da Catilina, sconfitto dall’esercito consolare comandato da Marco Petreio, non esitarono ad umiliare Pompeo, che aveva promesso ai suoi veterani la distribuzione delle terre prese dall'Ager Publicus Populi Romani (cioè le terre nominalmente di proprietà dello stato).


Marco Petreio

Ebbene gli Ottimati pur di non cedere quelle terre le negarono ai legionari Pompeiani.
Pompeo, sdegnato di tanta irriconoscenza verso un condottiero che aveva sconfitto Mitridate (il re del Ponto, che per lunghi anni aveva guerreggiato contro i romani) e debellato la pirateria nel Mare Nostrum (il Mediterraneo), strinse i legami con Cesare.


Mitridate

 

II – Per prima cosa Cesare riconciliò Crasso con Pompeo, poi furono segretamente stabiliti i termini dell'alleanza, secondo i quali Pompeo e Crasso avrebbero appoggiato la candidatura di Cesare a console (per l'anno 59) e la sua nomina a proconsole delle Gallie e dell'Illiria, per i cinque anni successivi; Cesare, durante il suo consolato, avrebbe distribuito le terre ai veterani di Pompeo; infine i Populares avrebbero sostenuto l'elezione a consoli di Pompeo e Crasso (per l'anno 55).

Questa alleanza univa la popolarità di Cesare, la ricchezza di Crasso ed il prestigio militare di Pompeo.
La ricchezza di Crasso, guidata dall’acume politico di Cesare, consentiva di guardare con fiducia alle elezioni, che potevano essere determinate dal voto degli Italici. Infatti la tremenda Guerra Sociale si era conclusa (nell’88) con la concessione della cittadinanza Romana, con diritto di voto (optimo iure), a tutte le popolazioni dell’Italia a sud del Po, ma l’esercizio del diritto di voto imponeva la presenza degli elettori a Roma. Quindi solo la parte più abbiente delle popolazioni Italiche si poteva permettere il costo di un viaggio per l’Urbe.

Ma Crasso sarebbe potuto intervenire sostenendo con il suo denaro le spese che gli Italici non avrebbero potuto altrimenti affrontare.
Pochi e fidati seguaci furono al corrente dei termini dell'accordo.
Intanto Cesare fu nominato pretore in Spagna (61).

Con queste premesse partimmo da Roma per la Spagna con grande fiducia nel futuro.

 

III - Nella Spagna Ulteriore (a sud dell'Ebro) trovammo una situazione caotica, visto che dopo la sconfitta di Sertorio i nostri governatori, avidi di ricchezze, non solo avevano trascurato di mantenere la pace tra le bellicose tribù spagnole, ma con le loro malversazioni le avevano altresì indotte alla ribellione.

Cesare riportò l'ordine facendo leva sulle colonie di Barcino (Barcellona), Tarraco(Tarragona), Hispalis(Siviglia) e sui nostri antichi alleati: gli Empuriani (abitanti dell’odierna Empùries), i Saguntini, quelli di Cartagena ed il popolo delle Baleari. Da questi ultimi arruolò quali ausiliari mille frombolieri, dagli altri si fece inviare duemila cavalieri e mille arcieri.  

Ma i rudi abitanti della Lusitania, dove pochi anni prima Sertorio aveva creato un vero stato, si mantennero ostili.
Cesare, ricordando l’infelice esito delle campagne condotte da Metello e da Pompeo, comprese che tentare di andare a caccia dei nemici, pratichi dei luoghi, agili e ben addestrati alla guerriglia, sarebbe stato non solo inutile ma altresì pericoloso, pertanto studiò un nuovo modo di affrontarli.

Ai confini dei territori da loro controllati fortificò un certo numero di presidi, in ciascuno dei quali dislocò circa mille uomini tra fanti, arcieri, frombolieri e cavalieri, protetti da numerose macchine da guerra.
Valutava che mille uomini fossero sufficienti per difendere questi suoi presidi da un nemico poco esperto negli assedi.

Poiché molti degli Spagnoli (in quel tempo i lusitani erano considerati spagnoli) conoscevano la nostra lingua, mise a punto un sistema di scrittura cifrato, per impedire che i suoi messaggi fossero compresi. Tale sistema si basava su un rotolo di lino sul quale erano scritti vari caratteri, il rotolo di lino era avvolto ad elica su un bastone, che serviva a codificare il messaggio, solo avendo un identico bastone il messaggio poteva essere decodificato (avrebbe più tardi adottato in Gallia un sistema simile).

In tal modo venivano  segretamente trasmessi gli ordini. Tenne con sé seicento cavalieri scelti, con i quali si muoveva senza dare punti di riferimento al nemico.

 

IV – Gli Spagnoli (i lusitani) temendo di essere accerchiati, vennero con grandi forze all’attacco di uno dei nostri presidi.

Appena informato, Cesare ordinò al presidio più vicino a quello sotto attacco, di partire immediatamente con i cavalieri, i frombolieri e gli arcieri, in pari tempo lui stesso partì con i suoi cavalieri.
Sorpresi dalla nostra rapidità, gli Spagnoli si trovarono stretti da tre lati, senza avere predisposto alcuna difesa, per di più, pensando di assediare i nostri, avevano mandato all’attacco la loro fanteria, accompagnata da pochissimi cavalieri.

Quando si accorsero che ogni via di fuga era impedita si arresero in massa.
Cesare ordinò di non fare strage dei nemici, ma presi circa quattromila prigionieri li distribuì nei vari presidi.
Dopo questo scontro i comandanti degli Spagnoli chiesero di parlamentare, al fine di riscattare i prigionieri e di negoziare la pace, o almeno una tregua. 

Cesare pose come condizione per concedere la pace, che gli venissero consegnati quali ostaggi i giovani delle più eminenti famiglie, inoltre ordinò che fossero assicurati al nostro esercito i viveri per sei mesi.
Infine dovevano impegnarsi a non portare guerra ai popoli vicini, nostri alleati; comunque avremmo mantenuto parte dei presidi nelle recenti fortificazioni.

A queste condizioni avremmo restituito i prigionieri.

Gli Spagnoli, considerate eque le condizioni poste da Cesare, le accettarono.

Cesare seguendo l’esempio di Sertorio, mandò i giovani ostaggi a Osca (in Aragona), perché fossero educati alla Romana. 
La velocità con la quale Cesare sottomise i Lusitani, ebbe grande riscontro a Roma, dove era ancor viva la memoria delle sconfitte che Quinto Metello e Pompeo per sei anni avevano subito da quegli stessi Lusitani, comandati da Sertorio ed ora vinti da Cesare.


Quinto Metello

A seguito di questa vittoria Cesare fu nominato governatore della Spagna Ulteriore (la Spagna centro-meridionale).

 

V – Tornato a Roma (60) per presentare la propria candidatura al Consolato, dovette rinunciare al trionfo che gli era stato attribuito per le sue imprese in Spagna; infatti il Senato, adducendo quelle regole che per gli amici si ignorano, ma si applicano inflessibilmente contro gli avversari, non concesse che la sua candidatura fosse presentata per delega.

La regola invocata dal Senato, in particolare da Catone, era questa: i comandanti per celebrare il trionfo, dovevano aspettare fuori dall'Urbe che il Senato decretasse il trionfo stesso. Viceversa la candidatura al consolato richiedeva la presenza in città. Dunque le due cose erano incompatibili tra loro, peraltro in passato più e più volte questa regola non era stata applicata.


Catone

Avendo rinunciato al trionfo Cesare pose la sua candidatura che, nonostante l'ostilità degli Ottimati, fu approvata a grande maggioranza dai comizi centuriati grazie alla plebe Romana, ai veterani di Pompeo e al grande concorso di provinciali, alle cui spese di viaggio contribuì in larga misura Crasso.

Gli oligarchi fecero eleggere quale secondo console Marco Calpurnio Bibulo


Marco Calpurnio Bibulo

 

VI – Appena entrato in carica (59) Cesare presentò l'attesissima legge per la distribuzione dell'Ager Publicus, ai veterani di Pompeo e ai cittadini che versavano in miserevoli condizioni.

Il Senato si oppose.
L'altro console si oppose.
Cesare fu minacciato.

Pertanto convocata l'assemblea popolare, Cesare, accompagnato da Pompeo e Crasso, si appellò al Popolo.
Quando l'assemblea fu riunita, Cesare, presa la parola dall'alto del podio del Tempio dei Dioscuri, chiese a Crasso e Pompeo che stavano al suo fianco se approvavano la sua legge.


Tempio dei Dioscuri

Risposero che l'approvavano.

Allora Cesare chiese loro se lo avrebbero difeso contro coloro che lo minacciavano di morte.
Pompeo intervenne dicendo che lo avrebbe difeso con la sua spada e con il suo scudo.

Secondo il suo solito Catone si andava stracciando le vesti annunciando che la Repubblica era in pericolo, ma non spiegò perché mai la distribuzione delle terre, che i suoi Ottimati occupavano illegalmente, costituisse un tale pericolo.

Bibulo visti vani i suoi tentativi di opporsi a Cesare, impaurito, si chiuse in casa per tutta la durata del consolato.

 

VII – L’opposizione degli Ottimati non frenò Cesare. La distribuzione dell'Ager Publicus ebbe luogo.

Erano passati circa settant'anni da quando i nipoti di Scipione l'Africano, Tiberio e Gaio Gracco furono assassinati per impedire l’approvazione della riforma agraria che proponevano, basata proprio sulla distribuzione alle plebi Romane e Italiche dell'Ager Publicus Populi Romani.


Scipione l’Africano

Sempre nell'intento di migliorare le condizioni di vita dei cittadini più poveri Gaio Giulio istituì nuove colonie e per tutelare i provinciali promulgò leggi che punivano severamente i reati di concussione e malversazione.

Per riconoscenza verso Crasso, che era sostenuto dall'ordine dei cavalieri (gli attuali imprenditori), ridusse di un terzo la tassazione sulle loro attività.
Infine per evitare gli arbitri dei senatori fece approvare la legge “Acta Senatus”, che prevedeva di verbalizzare ogni seduta del Senato.

Questi provvedimenti resero Cesare sempre più amato dal Popolo, sempre più odiato dagli Ottimati. 

 

VIII – L'Odio degli Ottimati per Cesare era di antica data, visto che Giulia Maggiore sorella di suo padre fu moglie di Mario, vale a dire del loro peggiore nemico.


Mario

Per di più, Gaio Giulio sposò Cornelia figlia di Cinna, alleato di Mario e capo dei Populares. Lo stesso Cinna chiamando Cornelia la propria figlia volle ricordare la famosa Cornelia, figlia di Scipione l'Africano e madre dei Gracchi.

In breve sposare Cornelia equivaleva ad una sfida agli Ottimati.

Quando Silla, sconfitti i Mariani (nell'82) si proclamò dittatore perpetuo, non tollerando l’affronto, ordinò a Cesare di ripudiare Cornelia.

Nonostante il clima di feroci violenze istaurato da Silla, Cesare rifiutò. 
Poiché i Sillani, se non Silla stesso, intendevano ucciderlo, Cesare fuggi da Roma riparando in Sabina, dove per non essere scovato cambiava casa ogni notte.

Lo salvò Marco Minucio Termo, pretore in Bitinia (in Asia Minore), che lo chiamò presso di sé quale suo legato (carica non elettiva, corrispondente a luogotenente). Per il valore dimostrato nell'assedio di Mitilene, Minucio gli concesse la corona civica, ovvero la massima onorificenza Romana che, paradossalmente per volere di Silla, comportava la nomina a senatore. Quindi Cesare giovanissimo divenne senatore grazie ad una legge Sillana.
Diffidando di tornare a Roma, Gaio Giulio rimase in Asia Minore, dando ripetute prove di coraggio e di abilità.

Tornò in patria solo quando ebbe notizia della morte di Silla (77).
Qui sostenne l'accusa di concussione ed estorsione contro: Gneo Cornelio Dolabella e Gaio Antonio Ibrida, entrambi già governatori della Macedonia.

Minacciato dagli Ottimati dovette nuovamente lasciare Roma (74).

 

IX – Cesare pagò dunque un alto prezzo alla propria coerenza; peraltro la sua intransigenza lo rese sempre più gradito al Popolo Romano, tanto che tornato a Roma (72) fu il primo degli eletti alla carica di tribuno militare.

In quello stesso anno iniziò la sua campagna perché fosse approvata la legge che restituiva ai tribuni della plebe quei poteri che Silla aveva cancellato, in particolar modo il diritto di veto.
Per l'opposizione degli Ottimati la legge fu approvata dopo due anni, durante il consolato di Pompeo e Crasso (70), per volontà di quest'ultimo, che intendeva in tal modo ripagare Cesare che aveva mobilitato il voto popolare in suo favore.

Tuttavia la carriera politica di Cesare procedeva molto lentamente, divenne questore quando aveva già trentuno anni (69), in quel tempo pronunciò dai Rostri del Foro l'elogio funebre per la zia Giulia, moglie di Mario e per la moglie Cornelia, morta di parto.

In tale occasione osò mostrare al Popolo i ritratti di Mario. Questi suoi atti, accolti dalla plebe con grande entusiasmo, rinfocolarono l'odio degli Ottimati.

In quello stesso anno si recò in Spagna, guadagnandosi la gratitudine della popolazione, che liberò dai pesi fiscali imposti da Quinto Cecilio Metello Pio.
A trentacinque anni fu eletto edile curule (carica simile a quella di assessore all'urbanistica).

Per Ercole, chi conosce Roma sa quanto sono anguste le sue strade, con la conseguenza che i carri merci, spesso bloccano il transito. Cesare quindi promulgò un editto che vietava durante il giorno l'ingresso in città dei carriaggi.
Per la frequenza delle rapine notturne e degli incendi che divoravano le abitazioni più povere, riformò il corpo dei vigili, che doveva intervenire per spegnere gli incendi e, soprattutto di notte, per sedare le risse, prevenire i furti e le rapine. 

In quegli anni Cesare si impegnò a fondo perché fossero restituite al Popolo quelle prerogative che la costituzione Sillana aveva abrogato.
Nonostante l'aspra ostilità degli ottimati ottenne che anche il Pontefice Massimo fosse eletto dalle assemblee popolari.

Accadde così che quando (63) Quinto Cecilio Metello Pio, nominato Pontefice Massimo da Silla, venne a morte, Cesare pose la sua candidatura, contro quelle di Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Isaurico, proposte entrambe dagli Ottimati. A sostenerlo intervenne Marco Licinio Crasso, che pagò le spese di viaggio ai provinciali per farli venire a Roma a votare per Cesare.

E Cesare fu eletto.   

 

X –Con alle spalle un percorso politico così aspro, quando fu nominato console, aveva ben chiaro cosa fare e cosa poter fare nel breve arco di tempo (un anno) assicuratogli dalla durata della carica.

Per resistere alla violenza degli Ottimati doveva conservare il consenso dei suoi due potenti alleati, che solo a gran fatica era riuscito a conciliare. Ma Cesare soprattutto voleva far approvare le leggi che gli stavano a cuore. Per arrivare a questo risultato adottò la tattica di presentare contemporaneamente un provvedimento caro a Pompeo ed uno caro a Crasso, peraltro in ognuno dei provvedimenti presentati per l’approvazione del Senato inserì quelle clausole aggiuntive che rappresentavano l’obiettivo dei Populares.

Esemplare fu il suo modo di procedere quando presentò la legge per la distribuzione dell'Ager Publicus ai veterani di Pompeo, così si guadagnò l'entusiastico consenso di quest'ultimo, che pertanto non si oppose a che l'Ager Publicus, oltre che ai veterani, fosse distribuito anche ai plebei.   

Per consolidare il suo potere fece eleggere console per l'anno successivo (58) Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, del quale aveva sposato la figlia Calpurnia, che fu la sua ultima moglie.


Calpurnia

Infine deposta la carica di console, secondo gli accordi presi con Pompeo e Crasso, fu nominato, per la durata di cinque anni, proconsole della Gallia Cisalpina, della Gallia Narbonese e dell'Illirico.

 

 

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